Storia del gioco

Fin dal 1987, quando la Fondazione Benetton iniziò la sua grande avventura culturale, fra i settori che si decise di trattare comparve anche la storia del gioco nella sua accezione più ampia. Ci si incamminava lungo una strada non facile. Parlare di “gioco” poteva sembrare inappropriato per una istituzione che voleva muoversi ai livelli alti della ricerca. In sostanza si decideva di affrontare con le migliori metodologie un tema ritenuto irrilevante se non totalmente estraneo agli ambienti della cultura ufficiale. Ci si incamminava lungo un percorso guardato con molta sufficienza, nella errata convinzione che si trattasse di un ambito non abbastanza “serio”, di povero rilievo.

Si partiva invece dalla convinzione che anche il gioco avesse un ruolo importante nella vita sociale, con ricadute forti non solo nella quotidianità ma pure nelle vicende storiche, e fosse dunque meritevole di un’attenzione fino ad allora mancata. Occorreva perciò superare le tradizionali convenzioni, recuperando nella sua rilevanza “la serietà del gioco”. La scelta di fondo era tanto più significativa in quanto collegata ad una realtà quale il gruppo Benetton che al diporto nelle sue varie dimensioni dedicava una straordinaria attenzione. In sostanza, molte ragioni spingevano ad una decisione certamente difficile ma ricca di stimoli.

Si trattò di una vera scommessa. Comunque ci si mosse senza timori, entrando immediatamente nel campo della cultura accademica, promuovendo borse di studio annuali per le migliori testi di laurea discusse nelle università italiane in tema di storia del gioco. Il riscontro fu subito positivo e lo confermano i numeri, dal momento che fino al 2015 sono circa 600 le tesi pervenute, discusse in ben 52 diverse sedi universitarie.

Quel primo passo apriva la via a sviluppi che prendevano corpo nell’avvio di una collana che dal 1993 ha visto uscire finora dodici volumi. Contestualmente si metteva in cantiere “Ludica”: una rivista che oggi a livello internazionale è il riferimento scientifico per gli studi nel settore e nei suoi 20 numeri (dal 1995) ha potuto contare sulla collaborazione di 200 autori di 52 paesi.

Il segno più chiaro del buon esito del progetto di partenza è stato comunque l’affermarsi di quel termine/concetto “ludicità” che subito la Fondazione propose, senza pensare di suggerire qualcosa di assolutamente innovativo. Poi ci si rese conto che il termine era inesistente, ma bene consentiva il recupero della unitarietà di un “sistema ludico”, ossia di quel complesso di attività e comportamenti nei quali si esprime un aggregato di pulsioni innate che mirano al rilassamento e alla distensione, complemento naturale delle fasi della fatica e dell’impegno.

A riprova di come le originarie opzioni culturali abbiano funzionato, basterà dire come quel termine/concetto “ludicità” oggi non solo venga registrato tra i neologismi esistenti, ma dall’italiano sia filtrato in altre lingue, dal portoghese ludicidade allo spagnolo ludicidad, al francese ludicité, all’inglese ludicity: prova di come le scelte originali non fossero sbagliate.