Agenda febbraio 2021

Corpi, paesaggi. La danza del Sole

 Opera plasmata dal lento modellarsi degli elementi, dal ritmo delle stagioni e quindi mai fissata, opera dell’attimo in cui ogni scelta dell’itinerario, ogni ritmo dei passi, ogni sfumatura di luce, ogni sguardo cambia la percezione, il giardino sarebbe infatti un’“arte in due tempi”, secondo la formula di Henri Gouhier, in cui scrittura e esecuzione non sono contemporanee, ma il testo scritto precede la sua attuazione. Come la coreografia nell’esecuzione del danzatore, il suo spazio trova nel percorso la sua attuazione, la sua esistenza propria.

Questo particolare connubio fra giardino e danza si manifesta con chiarezza nei giardini di Versailles sotto Luigi XIV. La tradizione del primo Seicento fa della danza, con la scherma e l’equitazione, la base della formazione fisica dell’aristocratico; anche l’insegnamento gesuita ne include la pratica accanto a quella del teatro. Così educato, il gentiluomo sarà maestro di ogni suo gesto, conformando la sua attitudine a quell’ideale di sublimazione della natura nell’arte caratteristico dell’estetica classica, a quel dominio degli affetti che regola il comportamento cortigiano, a quella formalizzazione secondo un cerimoniale preciso che privilegiando l’apparire sull’essere fa della vita un teatro. E ciò, a meno che la danza faccia corrispondere l’apparire e l’essere, come suggerisce Michel de Pure: «apparite quel che siete, e ogni passo e ogni azione vostri sono tributari agli occhi degli spettatori, ed espongono il bene ed il male con il quale l’Arte e la Natura hanno favorito o sgraziato la vostra persona». 

Studiando danza ogni giorno, Luigi XIV ballava già sulla scena all’età di tredici anni, accanto ai danzatori più famosi fra i quali Charles–Louis–Pierre de Beauchamps, maître à danser del Re dal 1650 e compositeur des ballets de Sa Majesté. Luigi appare sempre nelle feste della corte, spesso recitando da Apollo come nel Ballet de la nuit (1653) o in Les Amants magnifiques (1670), ultimo balletto, dopo il quale esce dalla scena. Nel frattempo si sono sviluppati nuovi generi teatrali che integrano la danza: la comédie-ballet di Molière e Lully, inaugurata con Les Filcheux nella grande festa di Fouquet nei giardini di Vauxle-Vicomte (1661); la tragédie-ballet provata con Psyché, testo di Molière, Corneille, Quinault e musica di Lully (1671). I due ultimi inventano negli anni settanta la tragédie lyrique, adattamento dell’opera italiana al gusto francese, dove ogni atto include un divertissement ballato. 

Il Re e la sua corte non ballano più sul teatro, ma si guardano in questo nuovo specchio che esalta nella metafora mitologica o cavalleresca la sua gloria assoluta. La danza, come il giardino, è quindi una faccia dello stile raffinatissimo di vita della corte. Possiamo aggiungere anche che la danza secondo Platone avrebbe giovato a mantenere l’equilibrio fra corpo e anima. Festa, giardino, danza sono ricreazioni necessarie al dominio del Re sulla corte attraverso l’ideologia della magnificenza, ma anche al mantenimento dell’illusione davanti alla vanità del theatrum mundi: afferma Pascal «si lasci un re tutto solo, senza nessuna soddisfazione dei sensi, senza nessun pensiero nello spirito, senza compagnia, completamente libero di pensare a se stesso; e si vedrà che un re privo di divertimento è un uomo pieno di miseria».

 

Hervé Brunon

Comitato scientifico studi e ricerche sul paesaggio della Fondazione Benetton

Testo liberamente rielaborato dall’autore sulla base di contenuti pubblicati in: Marcello Fagiolo, Maria Adriana Giusti, Vincenzo Cazzato, Lo Specchio del Paradiso. Giardino e teatro dall’Antico al Novecento, Silvana Editoriale, Milano 1997 e «Les Carnets du paysage», 13-14, 2007.